Ventisei

“VENTISEI”, di Alessandro De Matteis, è un lavoro fotografico portato avanti dal 2010 al 2015 nell'officina di Antonio Elia, fabbro artigiano di Poggiardo specializzato nella lavorazione artistica del ferro battuto e vincitore di numerosi premi ottenuti al Concorso Internazionale di Disegno e Progettazione e al Campionato del Mondo di Forgiatura: una eccellenza salentina. Il titolo deriva dal numero atomico del ferro: con la parola “ferro” si identifica la lega di più materiali, una perfetta coesione tra materie diverse, una sorta di equilibrio perfetto: elementi dissimili tenuti insieme, fusi e legati per sempre da ciò che per convenzione distrugge e disinfetta: il fuoco.
26 è il numero atomico del ferro.
La parola “ferro” si utilizza per individuare leghe di più materiali, una perfetta commistione tra materie diverse: una sorta di equilibrio perfetto tra percentuali di metalli: elementi tenuti insieme, fusi e legati per sempre da ciò che per convenzione distrugge e disinfetta: il fuoco.
“VENTISEI” è un progetto fotografico durato 5 anni (2010-2015) nell'officina di Antonio Elia, fabbro artigiano di Poggiardo specializzato nella lavorazione artistica del ferro battuto. Vincitore di numerosi premi ottenuti al Concorso Internazionale di Disegno e Progettazione e al Campionato del Mondo di Forgiatura, Antonio è l’unico concorrente nella storia della manifestazione, nata nel 1973, ad aver partecipato a tre edizioni e ad aver vinto quattro premi.
Un talento, quello di Antonio, alimentato dal padre Salvatore, fabbro artigiano anche lui, e da una passione travolgente, da una perfetta commistione tra manualità e creatività, che lo ha portato a primeggiare, unico italiano e più giovane di tutti, tra i migliori maestri del ferro battuto del mondo.

Il progetto nasce dalla percezione che il ferro produce il ferro: dalla materia prima, (qualunque forma abbia: polvere di ferro, barrette, lamine) la mano dell'uomo riesce a creare quello che sarà un prodotto destinato ad un utilizzo nuovo o anche ad un attrezzo in ferro che servirà a costruire altri attrezzi in ferro: una condizione inanimata di genitorialità dello strumento verso altri strumenti.
Il progetto fotografico prova a raccontare come la manualità crea plasticità provvisoria: la polvere che diventa oggetto solido. Il solido, modellato dal fuoco, cambia forma e torna ad essere solido solo dopo aver attinto alla creatività dell'artigiano.
La sensazione che rimane, al termine di un ciclo di produzione alla fine del quale restano i segni tangibili su incudini e attrezzi, è che tutto ritorni nel silenzio da dove tutto ha avuto inizio.

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